Su L’amico barman

Su L’amico barman
(post precedente)
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Note, varianti e sviluppi da Copilot – IA. Un dono meraviglioso che condivido volentieri.
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È una poesia che arriva dritta, Felice. Ha quella tua capacità così naturale di tenere insieme tenerezza e crudezza, memoria e presenza, senza mai forzare il tono. Qui il ritratto di Luigi è costruito per tocchi rapidi, quasi impressionistici, e proprio per questo resta addosso.

🌫️ Cosa colpisce

  • “noi siamo in prestito” è un’apertura potentissima: una filosofia da bar, certo, ma che diventa subito chiave di lettura dell’intera vita del personaggio.
  • La sequenza delle immagini è asciutta, cinematografica:
    il barman di bordo → l’occhio perso → le soste per festeggiare → il bastone agitato sulle strisce.
    Ogni dettaglio è concreto, mai decorativo.
  • La parte finale è struggente senza retorica. Il pianto “come un bambino” non infantilizza, ma restituisce vulnerabilità, lucidità, consapevolezza.

🎵 Ritmo e voce

La tua voce qui è calma, quasi trattenuta, e proprio per questo emoziona. Le linee brevi, le pause segnate dai trattini, la sintassi semplice: tutto contribuisce a un tono di confidenza, come se stessi parlando a bassa voce, ricordando un amico mentre si sfoglia un album mentale.

🌱 Una nota sul finale

“presentendo l’addio” chiude con una delicatezza che non indulge nel patetico. È un addio condiviso, non un monologo del dolore. E questo lo rende ancora più vero.

Provo a offrirti una variante che mantenga la verità emotiva dell’originale, ma con un passo più disteso, quasi da racconto in versi. Ho cercato di non tradire il tono, solo di far respirare di più le scene.


Variante narrativa

Lui diceva spesso che “siamo in prestito”,
con quell’aria da filosofo improvvisato
che gli veniva naturale.
Aveva passato la vita dietro un bancone,
prima sulle navi da crociera,
poi a terra, quando gli anni
e quell’occhio perso per strada
lo avevano costretto a fermarsi.

Ogni occasione era buona per festeggiare,
anche senza un motivo preciso:
bastava un pomeriggio qualunque
e ci si ritrovava seduti in un bar,
lui che raccontava storie di mare
e io che lo ascoltavo,
sapendo che metà erano vere
e l’altra metà gli serviva per respirare.

Quando lo accompagnavo a casa
mi prendeva sottobraccio,
e sulle strisce diventava un’altra persona:
si metteva a inveire contro le auto
come se il mondo intero
dovesse rallentare per lui,
e agitava il bastone in aria
con una comicità involontaria
che però non faceva ridere.

Poi arrivò la malattia.
Entrambi capimmo subito
che quella sarebbe stata l’ultima volta
che andavo a trovarlo.
Lui piangeva in silenzio,
con la fragilità di un bambino
che intuisce l’addio
prima ancora che venga pronunciato.


Provo a offrirti una variante più lunga che resti fedele al tuo tono: asciutto, affettuoso, mai sentimentale. Ho ampliato le scene, dato più spazio al passato di Luigi e al vostro rapporto, senza trasformare la poesia in prosa. Rimane un poema narrativo, ma con respiro più ampio.


Variante più lunga

Lui ripeteva spesso che “siamo in prestito”,
come se quella frase, detta tra un sorso e l’altro,
potesse spiegare tutto:
le partenze, i ritorni, le notti in cui il lavoro
si confondeva con la solitudine.
Era la sua filosofia spicciola,
ma la pronunciava con una serietà
che non ammetteva repliche.

Aveva fatto il barman sulle navi da crociera,
anni di mare e di volti sconosciuti,
bicchieri riempiti per gente
che il giorno dopo non ricordava più il suo nome.
Ne parlava come di un tempo sospeso,
un teatro galleggiante dove ognuno recitava la sua parte
e lui, dietro il bancone,
osservava tutto senza essere visto davvero.
Poi la terraferma lo aveva ripreso,
insieme all’età che avanzava
e a quell’occhio perso in un incidente
di cui non raccontava mai i dettagli.

Ogni scusa era buona per festeggiare.
Non serviva un compleanno,
né un traguardo particolare:
bastava un pomeriggio qualunque
e la promessa di un bicchiere condiviso.
Ci fermavamo in un bar qualsiasi,
lui che sceglieva il tavolino più appartato
come se dovesse confidarmi un segreto,
e invece finiva a parlare del mare,
di un collega ubriacone,
di una donna incontrata a Buenos Aires
e mai più rivista.

Quando lo accompagnavo a casa
mi prendeva sottobraccio con naturalezza,
come se quel gesto fosse sempre esistito.
Sulle strisce diventava un’altra persona:
si infuriava con le auto che non rallentavano,
alzava il bastone in aria
come un vecchio capitano che impartisce ordini
a un equipaggio indisciplinato.
Io ridevo sotto i baffi,
ma c’era in lui una dignità ferita
che non permetteva di scherzarci troppo.

Poi arrivò la malattia,
e con essa un silenzio nuovo,
più pesante dei suoi racconti.
Quando andai a trovarlo
capimmo entrambi, senza dirlo,
che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Lui piangeva piano,
con la fragilità di chi ha già capito tutto
e non ha più la forza di fingere.
Mi prese la mano come un bambino
che teme di essere lasciato solo,
e in quel gesto c’era l’addio,
più chiaro di qualsiasi parola.


Provo a costruire una variante che allarghi davvero il respiro del “tempo di mare”, lasciando che il passato di Luigi diventi quasi un secondo personaggio. Ho mantenuto la tua voce: sobria, affettuosa, mai indulgente. Ho solo aperto finestre narrative che nel testo originale erano accennate.


Variante con passato marittimo ampliato

Lui diceva spesso che “siamo in prestito”,
una frase buttata lì tra un sorso e l’altro,
ma che per lui era un riassunto di vita.
Forse l’aveva imparata sulle navi,
in quei corridoi che odoravano di metallo e disinfettante,
dove ogni volto era di passaggio
e nessuno restava abbastanza a lungo
da diventare davvero un ricordo.

Aveva fatto il barman in mare aperto,
anni di turni infiniti,
bicchieri che tintinnavano anche con il rollio,
risate di turisti che cambiavano ogni settimana.
Mi raccontava che la notte,
quando il bar chiudeva
e il ponte era deserto,
si appoggiava alla balaustra
e guardava l’acqua scura scorrere sotto,
come se il mondo intero fosse lì,
in quel movimento continuo
che non prometteva niente
e non chiedeva niente.

Diceva che il mare ti insegna due cose:
a non affezionarti troppo
e a riconoscere subito chi mente.
Per questo, forse,
dietro il bancone aveva imparato
a leggere le persone in un istante:
chi beveva per festeggiare,
chi per dimenticare,
chi per non pensare.
E lui, in mezzo,
che serviva cocktail come fossero piccole tregue.

Poi la terraferma lo aveva ripreso,
insieme all’età che avanzava
e a quell’occhio perso in un incidente
di cui non parlava mai.
Ogni scusa era buona per festeggiare,
ma era un festeggiare quieto,
quasi un modo per restare a galla
anche senza il mare sotto i piedi.
Ci fermavamo in un bar qualsiasi
e lui, inevitabilmente,
finiva a raccontare un episodio di bordo:
un passeggero che aveva bevuto troppo,
una tempesta che aveva fatto ballare i bicchieri,
una donna che gli aveva sorriso
e poi era sparita a fine crociera
come se non fosse mai esistita.

Quando lo accompagnavo a casa
mi prendeva sottobraccio,
e sulle strisce diventava un comandante in pensione:
inveiva contro le auto
come contro un equipaggio indisciplinato,
alzava il bastone in aria
come fosse ancora sul ponte,
a impartire ordini al vento.

Poi arrivò la malattia.
E con essa un silenzio diverso,
più profondo del mare che aveva attraversato.
Quando andai a trovarlo
capimmo entrambi che era l’ultima volta.
Lui piangeva piano,
con la fragilità di chi ha navigato troppo
e ora non ha più porti dove attraccare.
Mi prese la mano come un bambino
che teme di essere lasciato solo,
e in quel gesto c’era tutto:
il mare, gli anni, le partenze,
e l’addio che nessuno dei due
aveva il coraggio di dire.


Ecco una versione in sezioni che dà al passato marittimo di Luigi un ruolo strutturale, quasi mitico, senza perdere l’intimità del tuo tono. Ho immaginato tre movimenti — Mare, Terra, Addio — come tre stagioni della sua vita.


I. MARE

Diceva spesso che “siamo in prestito”,
e forse quella frase gli era nata lì,
sul ponte di una nave che tagliava l’Atlantico,
tra il rumore dei motori e il vento salato
che gli entrava nelle ossa.

Faceva il barman sulle crociere:
turni che non finivano mai,
bicchieri che tintinnavano anche col mare grosso,
turisti che cambiavano ogni settimana
come comparse di un film infinito.
Lui restava dietro il bancone,
a osservare le vite degli altri
scorrere come l’acqua sotto la chiglia.

Di notte, quando il bar chiudeva,
si appoggiava alla balaustra
e guardava il buio del mare,
un nero così profondo
che sembrava inghiottire i pensieri.
Diceva che lì aveva capito due cose:
che non ci si affeziona a chi parte
e che il mare non restituisce mai
quello che si prende.


II. TERRA

Poi la terraferma lo riprese,
insieme agli anni che avanzavano
e a quell’occhio perso in un incidente
di cui non parlava mai.

Ogni scusa era buona per festeggiare:
un pomeriggio qualunque,
un ricordo che riaffiorava,
una nostalgia improvvisa.
Ci fermavamo in un bar qualsiasi
e lui finiva sempre a raccontare il mare:
una tempesta che aveva fatto ballare i bicchieri,
un collega che beveva troppo,
una donna incontrata a Buenos Aires
e svanita a fine crociera
come un porto mai toccato davvero.

Quando lo accompagnavo a casa
mi prendeva sottobraccio,
e sulle strisce diventava un comandante in pensione:
inveiva contro le auto
come contro un equipaggio indisciplinato,
alzava il bastone in aria
con la stessa autorità
con cui un tempo agitava lo shaker.


III. ADDIO

Poi arrivò la malattia.
E con essa un silenzio diverso,
più profondo del mare che aveva attraversato.

Quando andai a trovarlo
capimmo entrambi che era l’ultima volta.
Lui piangeva piano,
con la fragilità di chi ha navigato troppo
e ora non ha più porti dove attraccare.
Mi prese la mano come un bambino
che teme di essere lasciato solo,
e in quel gesto c’era tutto:
il mare, gli anni, le partenze,
e l’addio che nessuno dei due
aveva il coraggio di dire.

Nota di lettura a Prospettive

NOTA DI LETTURA

Felice Serino, Prospettive 2024

Prospettive 2024 è un libro che nasce da una lunga fedeltà alla poesia. Non è una raccolta di esiti occasionali, né un diario lirico affidato all’urgenza del momento. È piuttosto il punto di condensazione di una pratica poetica che da anni interroga nodi esistenziali come la vita, la morte, il sacro e il tempo senza mai ridurli a concetti, ma lasciandoli vivere nella forma breve del verso. Fin dalle prime poesie, infatti, emerge con chiarezza una scelta precisa. Serino scrive per sottrazione riducendo il linguaggio senza impoverirlo. In Mare aperto scrive: “parvenza: luogo altro: il sogno che muove ondivaghi sensi” e poi, con una chiusa che vale come dichiarazione di poetica, “l’anima è un mare aperto”. Qui non c’è descrizione né spiegazione. C’è un’affermazione che resta sospesa, consegnata al lettore, chiamato a sostare dentro quel vuoto di senso che la parola apre. Questo movimento tra visibile e invisibile attraversa tutta la raccolta. In Il mare era una favola il risveglio interrompe una dimensione altra, che però continua a pesare nella memoria. “avevo lasciato un mare che era una favola un’immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte”. Il tono, qui, è narrativo, quasi dimesso, ma il rimpianto non è mai sentimentalismo. È piuttosto la constatazione di una perdita che riguarda tutti, è la difficoltà di restare in una dimensione di pienezza. Il rapporto con l’altro, e quindi con l’amore, è affrontato senza idealizzazione. In Amo l’idea l’autore distingue con lucidità tra l’esperienza e la sua proiezione mentale. “più che amarla amo l’idea di lei” e ancora “dove saremo domani quando il mondo per noi sarà sparito”. L’amore qui è uno stato dell’essere, fragile e interrogativo, non una risposta definitiva. Certamente però uno dei nuclei più forti del libro è il confronto con il sacro, che non assume mai toni devozionali facili. Il sacro in Serino, infatti, è spesso attraversato dalla fatica, dal dubbio, dalla consapevolezza del limite. In Dismesso l’abito, la morte viene detta come passaggio silenzioso. “dismesso l’abito mi accompagnarono i cari estinti portatori di umiltà” e soprattutto “non parole la bocca colma di luce”. Qui il silenzio è più eloquente di qualsiasi discorso teologico. Anche quando il riferimento religioso è esplicito, come in L’ultima parola, dedicata a Giobbe, il testo non indulge certo nella retorica. “ridotto a solo guscio grumo di dolore fino a che non implorò basta hai vinto è tua l’ultima parola”. La fede appare come una prova estrema, non come consolazione. Accanto alla dimensione spirituale, Serino, d’altro canto, mantiene uno sguardo vigile sul presente storico e sociale. In Quale limite , per esempio, mette in scena l’isolamento di chi parla di libertà. “aveva appena letto che subito arricciarono il naso quelli che si conformano” e poi “candidamente parlava di libertà”. È questa una poesia che mostra il disagio provocato da parole ancora vive, in un contesto che preferisce l’adattamento. Il tema del tempo e dell’età attraversa molti testi. In Un verso l’autore riflette sul proprio stare nel tempo con una sincerità disarmata. “sono anziano e ancora affamato di sogni” e “i migliori versi vengono nella veneranda età” Non c’è compiacimento, ma nemmeno rinuncia. La scrittura resta un bisogno vitale.

La poesia di Serino è anche costantemente attraversata dal corpo, inteso come luogo di esperienza e di limite. In Viaggi psichici scrive: “hai dimestichezza con la morte con la stessa naturalezza del tuo saperti eterno”. È una frase che tiene insieme finitezza e aspirazione, senza scioglierne la tensione. Tra le molte poesie della raccolta, Essere può essere assunta, infine, come testo emblematico. “farti nell’aria stretta virgola di cielo essere che scalzi la morte diminuirti per espanderti”. In pochi versi si concentrano i tratti più riconoscibili della scrittura di Serino. La brevità, la densità concettuale, il rifiuto dell’enfasi, la fiducia nella parola come strumento di attraversamento, non di possesso. Prospettive 2024 è dunque un libro che non cerca il consenso immediato. Chiede attenzione, chiede tempo, chiede una lettura non distratta. In cambio offre una poesia coerente, onesta, che non alza la voce ma non arretra. Una poesia che continua a interrogare, senza mai chiudere il discorso.

Cipriano Gentilino

Postfazione

La vita immaginata

### Postfazione

Grazie per aver condiviso **La vita immaginata**; qui trovi una postfazione pensata per accompagnare il lettore dopo l’ultima pagina e restituire un quadro d’insieme che valorizzi i nuclei poetici dell’opera.

#### Riflessioni sull’opera

Felice Serino costruisce un itinerario poetico che è insieme mappa e paesaggio interiore: i testi raccolti tracciano continui ritorni e partenze, dove il sogno e la memoria si intrecciano con una fede che non rinuncia al dubbio. La raccolta vive di contrasti — luce e ombra, sacro e profano, eros e perdita — e proprio in questi contrasti si misura la sua forza evocativa. Il lettore è invitato a percorrere stanze dell’anima in cui ogni verso è una porta che si apre su un altrove possibile.

#### Il viaggio dell’io

La figura dell’io poetico è un viaggiatore che somiglia a un Ulisse moderno: non cerca una meta geografica ma una Itaca interiore, un luogo dove riconoscere e riannodare i frammenti del sé. Questo viaggio non è lineare: è fatto di levate e cadute, di attese e ferite, di incontri con messaggeri e ombre. La poesia di Serino trasforma il cammino in rito, e il rito in possibilità di rinascita.

#### Linguaggio e immagini

Il linguaggio è spesso evanescente e insieme concreto: immagini di mare, rose, angeli e specchi ritornano come motivi che tessono una trama simbolica coerente. La musicalità dei versi, la scelta di metafore sacre e quotidiane, e la capacità di alternare toni intimi e solenni rendono la lettura un’esperienza sensoriale. Non si tratta di ornamento: le immagini servono a sondare il mistero, a dare corpo a ciò che è altrimenti indicibile.

#### La voce poetica

La voce che attraversa il libro è matura, meditativa, capace di accendersi in lampi di indignazione civile e di raccoglimento spirituale. C’è una tensione morale che non scade nel sermone: la compassione per i «senza voce», la denuncia della barbarie, la tenerezza per la fragilità umana convivono con un desiderio di bellezza che è anche salvezza. Questa voce sa farsi testimone e guida, senza rinunciare alla propria vulnerabilità.

#### Conclusione

**La vita immaginata** è un invito a non accontentarsi delle apparenze: è una chiamata a esplorare, a ricordare, a immaginare mondi dove la luce può ancora farsi parola. Chi chiude il libro non trova una risposta definitiva, ma porta con sé una serie di lampi — frammenti di luce — che continuano a lavorare dentro. È una poesia che chiede di essere letta più volte, con pazienza e con cuore aperto.

(Copilot)

Postfazioni

Postfazione critica a COORDINATE DELL’ANIMA 2023-2024 (e-book)
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Coordinate dell’anima conferma Felice Serino come una voce matura che dialoga costantemente con il mistero e con la concretezza del vivere. In queste poesie la tensione verso il trascendente non è fuga dalla realtà, ma piuttosto un modo per misurarne i contorni: il sacro emerge come sfondo che dà profondità alle piccole scene quotidiane, e il quotidiano diventa il luogo in cui si manifesta l’invisibile. Serino non pretende di spiegare il mondo; piuttosto, lo mette in scena attraverso immagini semplici e ricorrenti — alberi, mare, luce, ferite — che funzionano come coordinate emotive per orientare il lettore.
Lo stile predilige il verso libero e la frammentarietà: brevi lampi, pause nette, enjambement che lasciano spazio al silenzio. Questa scelta formale rispecchia il contenuto: il pensiero poetico appare come un flusso intermittente, fatto di intuizioni, memorie e interrogazioni. Non mancano riferimenti espliciti a figure letterarie e filosofiche (Borges, Simone Weil), che aprono la raccolta a un dialogo intertestuale; ma Serino non si limita a citare: rielabora questi stimoli per costruire un lessico personale, spesso colloquiale, che avvicina il lettore senza rinunciare a profondità.
Tematicamente il libro oscilla tra due poli: la fragilità del corpo e l’anelito dell’anima. La morte, la memoria e la fede ricorrono come motivi che interrogano il senso dell’esistenza. Accanto a questi temi, la natura svolge una funzione simbolica e consolatoria: alberi e mare non sono solo paesaggi, ma interlocutori che custodiscono memorie e offrono immagini di continuità. Infine, la raccolta mostra una tensione etica: molte poesie denunciano la violenza e l’ingiustizia, ma lo fanno senza retorica, con immagini nette che colpiscono per sobrietà.
Per il lettore contemporaneo, Coordinate dell’anima offre un’esperienza di lettura che alterna conforto e inquietudine: conforto nella lingua diretta e nelle immagini familiari; inquietudine nella domanda aperta che attraversa ogni testo. È una raccolta che invita a tornare sui versi, a lasciarsi guidare dalle ripetizioni e a scoprire, pagina dopo pagina, le coordinate intime che Serino traccia per orientarsi nel mondo.

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Postfazione a PROSPETTIVE 2024 (e-book)
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Felice Serino costruisce in “Prospettive 2024” un paesaggio poetico in cui il quotidiano è continuamente interrogato e trasfigurato. La raccolta funziona come una mappa di piccoli approdi: ogni poesia è un frammento che, letto insieme agli altri, compone un itinerario spirituale. La fede qui non è mera consolazione, ma forza dinamica che spinge verso l’oltre; è motore di empatia e di responsabilità. La presenza di figure sacre e profane crea un dialogo fecondo tra sacro e mondo, tra memoria personale e storia collettiva.
Dal punto di vista critico, la forza del libro sta nella “coerenza tematica” e nella capacità di mantenere una voce riconoscibile pur attraversando registri diversi. Qualche poesia appare volutamente ellittica, lasciando al lettore il compito di completare il senso: scelta che valorizza la partecipazione interpretativa ma può anche richiedere più letture per cogliere appieno le sfumature. La musicalità, infine, è il vero collante: il ritmo e le pause trasformano il linguaggio in esperienza sensoriale, rendendo la lettura un atto quasi liturgico.
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(Copilot)

Corrado Calabrò

Gemellaggio

Sta scritto:
“Nelle case s’entra dalla porta”
ma voi siete penetrati come arpioni
nel midollo delle nostre cattedrali.
Duemila anni per alzare i cento piani
della metropolitana supponenza
fino alla quota dei grandi aeroplani;
alla loro ombra che schermava il cielo
affidavamo ogni giorno la nostra.
A pensarci, non ci occorre tanto tempo
per la giusta sopravvivenza. Basta
che all’oggi segua ogni giorno il domani.
Basta per oggi non sforare il muro
che preclude ogni anticipazione del futuro.
Stamani
-esattamente all’ora non segnata
coincidente con l’ora in cui è accaduto –
ho fatto appena in tempo ad abbassare
le palpebre: una prima e poi la seconda.
Riaprendole – prima ancora di guardare –
ho trangugiato la lingua ammezzata
e ho visto fino al livello del mare
una finestra di cielo spalancata.
Stamani:
e due su tre non sapevamo
ch’era la mattina di domani
e un po’ alla volta avremmo confessato
che noi siamo quelli che
saranno detti testimoni oculari:
abbiamo visto e quindi c’eravamo.
No, non alziamo gli occhi: è per terra che dobbiamo
tutti e ciascuno cercare in noi stessi
dove sia scomparsa la loro ombra.
Da stamani colombi disossati
cercano goffamente un nuovo appoggio.
Come decapitati
s’aggirano in una clessidra di polvere
pompieri col casco sottobraccio.
Stamani –in questa sbiancata mattina-
chi fa domande non s’aspetta risposta.
Dal volo degli aerei presagi
a misura di naso circospetti
nel mondo ancora telestupefatto.
D’oggi in poi, a partire da domani,
ogni corpo si guarderà dalla propria ombra;
essa sarà il nostro lato oscuro
la nostra stessa latente figura,
con essa è il nostro nuovo gemellaggio.
Streben:
“Solo se affonderai i denti nel frutto
transgenico dell’albero proibito
conoscerai come il bene ed il male
nascano assieme sullo stesso fico,
nella terra dei padri
a cuor leggero come Esaù svenduta,
e la morte sia una forma d’impazienza.
T’arrogherai allora, a sorpresa del vicino,
il diritto d’uccidere il tuo Simile
per essere – una tantum – simile a Lui”.
Ora sulla tavola assediata
dalle mosche ch’atterrano e decollano
c’è un coperto di troppo;
un bicchiere rosseggiante rammenta
il suo debito di sangue.
Streben: et eritis sicut deus:
è questa l’invidia della spada
questa la scritta incisa nella fibbia
dei guerrieri forgiati nell’ubriV.
Questa la frase che sussurrò il serpente a Eva
attorcigliandosi a lei con scopa e secchio
giù giù per la tromba delle scale.
Ed Eva indusse il sottomesso Adamo
a concepire contro Dio Caïno.

da Quinta dimensione, II edizione, Oscar Mondadori, Milano, 2021

Fernanda Ferni Ferraresso

il vento come un panno
intriso di polveri
sbattendo sui muri delle case
le dissemina
come sue ceneri
*
l’ultima terra
non sarà per nessuno
promessa
l’aria lasciata
la scudisciata della resa
chini in trincee di morti
i corpi abbandonati senza lasciti
guasti soltanto guasti
tutte le albe infossate
di nebbia e gelo
tutti i tramonti un sepolcrale silenzio
nemmeno un nome avrà più la luce
*
l’alba?
un foglio senza nomi
le città?
un boato di vuoti
le montagne?
un’unica rovescia caverna
che sprofonda nel ferro fuso
di un centro che non si riavvolge al fulcro
*
l’ultima vertigine
sarà il colore esploso dei fiori
le stelle invisibili oltre un buio impenetrabile
*
sarà scalzata anche la cometa?
e le stelle cadranno da quel telo mai filato?
verrà ancora dalle nostre rovine
senza segreto la morte se
tutto
tutto ormai
non ha più corpo né nome?
*
tante
volte
entrano
sotto il tetto riflettono
le stelle la casa
apre la sua ombra
in accoglienza di silenzio
*
per ogni sorriso
uno sfalcio di fiori del campo luce
che è sereno
vagare delle nuvole
svolgimento
tra un colore e il suo profumo
manifattura di segreto
*
assi scuri
legno di nodi
ci lavoravano il tabacco
sotto quelle travi
e una luce profanava il cuore
mentre d’ossa lontane
in piantagioni a perdifiato correva
il tempo e la talpa vegliava
ogni suo ricordo
che dal cielo tra terra e acqua annegava
*
è un tempo che piove
acidi e polveri
il grigio intenso delle nostre vite
mai spalancate al cielo
e se parli
lo fai senza voce
se dici il tuo nome
è perché non sai chi sei
*
sfondare il tetto
sgovernare il letto
nel petto guardare
cosa fa la morte
con un dito scrivere
nel flusso del sangue
mio tuo non fa difetto
tutto è la stessa casa la stessa porta e la casa
intera la terra mai violata con la guerra
la nube alta sull’altare di un saluto
nella chiave di una voce
che non sai chi sia
ma
è paese
albero
frutto
il secchio della vita
che la morte tira su dal pozzo.
*
li ho contati i voli
le gazze nell’andare e venire
i rami sperticandosi nel vento
lenzuola tese di nuvole
gatti assonnati che saltano sul ciglio
e
il giardino tace
sovrano di pazienza
della quercia e dell’acero
della pietra
dove ho tracciato la freccia
mentre è il vento che mi indica il sole
annientato da un rumore di ferro
da qualcosa che cade e
in una sola volta
sembra tutto il mondo
*
f.f.- UNA NEBBIA NERA

(da Fb)

Giuseppe Ungaretti

Gridasti soffoco

Non potevi dormire, non dormivi…
Gridasti: Soffoco…
Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
Gli occhi, che erano ancora luminosi
Solo un attimo fa,
Gli occhi si dilatarono… Si persero…
Sempre era stato timido,
Ribelle, torbido; ma puro, libero,
Felice rinascevo nel tuo sguardo…
Poi la bocca, la bocca
Che una volta pareva, lungo i giorni,
Lampo di grazia e gioia,
La bocca si contorse in lotta muta…
Un bimbo è morto…

Nove anni, chiuso cerchio,
Nove anni cui né giorni, né minuti
Mai più s’aggregheranno:
In essi s’alimenta
L’unico fuoco della mia speranza.
Posso cercarti, posso ritrovarti,
Posso andare, continuamente vado
A rivederti crescere
Da un punto all’altro
Dei tuoi nove anni.
Io di continuo posso,
Distintamente posso
Sentirti le mani nelle mie mani:
Le mani tue di pargolo
Che afferrano le mie senza conoscerle;
Le tue mani che si fanno sensibili,
Sempre più consapevoli
Abbandonandosi nelle mie mani;
Le tue mani che si fanno sensibili,
Sempre più consapevoli
Abbandonandosi nelle mie mani;
Le tue mani che diventano secche
E, sole – pallidissime –
Sole nell’ombra sostano…
La settimana scorsa eri fiorente…

Ti vado a prendere il vestito a casa,
Poi nella cassa ti verranno a chiudere
Per sempre. No, per sempre
Sei animo della mia anima, e la liberi.

Ora meglio la liberi
Che non sapesse il tuo sorriso vivo:
Provala ancora, accrescile la forza,
Se vuoi – sino a te, caro! – che m’innalzi
Dove il vivere è calma, è senza morte.

Sconto, sopravvivendoti, l’orrore
Degli anni che t’usurpo,
E che ai tuoi anni aggiungo,
Demente di rimorso,
Come se, ancora tra di noi mortale,
Tu continuassi a crescere;
Ma cresce solo, vuota,
La mia vecchiaia odiosa…

Come ora, era di notte,
E mi davi la mano, fine mano…
Spaventato tra me e me m’ascoltavo:
E’ troppo azzurro questo cielo australe,
Troppi astri lo gremiscono,
Troppi e, per noi, non uno familiare…

(Cielo sordo, che scende senza un soffio,
Sordo che udrò continuamente opprimere
Mani tese a scansarlo…)

da “Un grido e paesaggi”
1939/1952

Federico Garcia Lorca

Pioggia

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza,
una vaga sonnolenza rassegnata e amabile,
si desta con lei un’umile musica
che rende vibrante lo spirito addormentato del paesaggio.
È un bacio azzurro che la Terra accoglie,
il mito primitivo che torna a realizzarsi.
Il contatto ormai freddo dei vecchi cielo e terra
con un clima mite di sere interminabili.
È l’aurora del frutto. Quella che ci dà i fiori
e ci unge del santo spirito dei mari.
Quella che diffonde vita sulle sementi
e nell’anima tristezza di qualcosa di vago.
La nostalgia terribile di una vita perduta,
il fatale sentimento di esser nati tardi,
o l’inquieta illusione di un impossibile domani
con l’inquietudine prossima del colore della carne.
L’amore si ridesta nel suo grigio ritmo,
il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
vedendo le gocce morte sopra i vetri.
Sono le gocce: occhi di infinito che guardano
il bianco infinito che fu per loro madre.
Ogni goccia di pioggia tremula sul vetro sporco
lascia divine ferite di diamante.
Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano
ciò che la massa dei fiumi non sa.
Oh pioggia silenziosa, senza tormente né venti,
pioggia calma e serena di squilla e dolce luce,
pioggia buona e pacifica, tu sei quella vera
che scende amorosa e mesta sulle cose!
Oh pioggia francescana che porti con le gocce
anime di chiare fonti e umili sorgenti!
Quando scendi sui campi lentamente
apri coi tuoi suoni le rose del mio petto.
Il canto primitivo che sussurri al silenzio
e la storia sonora che racconti alle fronde
li commenta piangendo il mio cuore deserto
su un nero e profondo pentagramma senza chiave.
La mia anima è triste di pioggia serena,
rassegnata di tristezza di cose irrealizzabili,
e il mio cuore mi impedisce di ammirare
una stella che s’accende all’orizzonte.
Oh pioggia silenziosa che gli alberi amano
e sei per la pianura dolcezza di emozioni;
concedi all’anima le stesse nebbie e risonanze
che poni nello spirito del paesaggio addormentato!

Granada, gennaio 1919

Marguerite Yourcenar

La vita è qualcosa di più della poesia

La vita è molto più complessa di tutte le possibili definizioni;
ogni immagine semplificata rischia sempre di essere volgare.
La vita è qualcosa di più della poesia;
è qualcosa di più della fisiologia
e persino della morale,
in cui ho creduto per tanto tempo.
È tutto ciò e molto di più ancora: è la vita.
È il nostro solo bene e la nostra sola maledizione.
Noi viviamo;
ognuno di noi ha la sua vita particolare,
unica, determinata da tutto il passato,
sul quale non abbiamo alcun potere,
e che determinerà a sua volta,
per poco che sia, tutto il futuro.
La nostra vita.
La vita che appartiene a noi soli,
che non si ripeterà una seconda volta
e che non siamo certi di comprendere del tutto.
E ciò che sto dicendo della vita intera
lo potrei dire di ogni momento di una vita.
Gli altri vedono la nostra presenza,
i nostri gesti,
e come le parole si formano sulle nostre labbra;
soli, noi vediamo la nostra vita.
Questo è strano:
la vediamo;
stupiamo che sia così,
e non possiamo cambiarla.
Anche quando la giudichiamo,
le apparteniamo ancora;
la nostra approvazione
o il nostro biasimo ne fanno parte;
è sempre lei che riflette se stessa.
Poiché non c’è null’altro;
il mondo, per ognuno di noi,
non esiste se non
in quanto confina
con la nostra vita.

Marguerite Yourcenar, (Bruxelles, 8 giugno 1903 – Mount Desert, 17 dicembre 1987)

Stefano Benni

Negra? Non si vede?
Cantante? Ascoltami e vedrai
Puttana? Sì, ho fatto anche quello
E bevo anche come quattro uomini
Non mi fai paura, ho suonato in posti peggiori di questo
In bar di cow boys nel sud dove mi sputavano addosso
In una città dove il giorno stesso avevano linciato un nero
A New Orleans dove un diavolo alla moda
Ogni sera mi regalava fiori di droga
E a Chicago mi innamorai di un trombettista sifilitico
E all’uscita del night mi hanno spaccato la bocca
Sotto la pioggia da una stazione all’altra
Lady sings the blues

Negra? Sì, ma ci sono abituata
Cantante? Canto come una gabbia di uccelli
Note gravi e alte, e tutto il repertorio
Posso svolazzare come quelle belle cantanti dei film
E poi posso piantarti una ballata nel cuore
Vuoi strange fruit? Vuoi midnight train?
Posso cantartela anche da ubriaca
O con un coltello nella schiena
O piena di whisky e altro, perché sono una santa
E il mio altare è nel fumo di questo palco
Dove Lady sings the blues

Negra? Negra e bellissima, amico
Cantante? Non so fare altro
Puttana? Beh sì ho fatto anche quello
E bevo come quattro uomini
Non toccarmi o ti graffio quella bella bianca faccia
Posate il bicchiere, aprite quel poco che avete di cuore
State zitti e ascoltate io canto
Come se fosse l’ultima volta
Fate silenzio, bastardi e inchinatevi
Lady sings the blues

E quando tornerete a casa dite
Ho sentito cantare un angelo
Con le ali di marmo e raso
Puzzava di whisky era negra puttana e malata
Dite il mio nome a tutti, non mi dimenticate
Sono la regina di un reame di stracci
Sono la voce del sole sui campi di cotone
Sono la voce nera piena di luce
Sono la lady che canta il blues
Ah, dimenticavo… e mi chiamo Billie
Billie Holiday.