COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO “RICORDA”

Ricorda

[ispirandomi a David Maria Turoldo]

sei granello di clessidra
grumo di sogni
peccato che cammina

ma
sei amato

immergiti
nella luminosa scia di chi
ti usa misericordia

ritorna a volare:
ti attende la madre al suo
nido

ricorda: sei parte
della sua infinita
Essenza

nato
per la terra
da uno sputo nella polvere

da La bellezza dell’essere, 2007

*
“Ricorda”, ispirata a David Maria Turoldo, alla sua schiettezza, alla sua decisione di dire le cose senza addolcirle (con tutta la loro drammaticità).
“Ricorda” ripercorre il cammino dell’uomo su questa terra nelle sue fasi essenziali (meno seccamente di Turoldo), fasi che confluiscono nella visione futura dell’Eternità.
Il peccatore, il sognatore non sa quanto sia stretto il buco nella clessidra che lo proietterà dall’altra parte, oltre il tempo, oltre quel tempo che non può calcolare perché è all’oscuro della fattezza di quel buco… Quel buco è la mano di Dio che dopo aver soffiato la vita e con la saliva impastato la terra per la nostra natura, decide che sia giunta l’ora che ritorni secca; come sabbia scivoli dal suo pugno. “Ma sei amato” e quindi ti riprenderà trasformato a sua immagine e questa volta senza parentesi.

Andrea Crostelli

Per volare

pensa: sono appena passato “di là”
eppure
non me ne sono accorto

vi si sta d’un bene ed è come
in un sogno
tanto ma tanto più vivido

ora
aspetto soltanto di vestire
un corpo fatto d’aria

per poter
volare

Commento alla poesia Sospensione, di Felice Serino

Sospensione

un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio
riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi
*
In Sospensione vedo un saltimbanco che cammina ad occhi chiusi su un filo.
Cammina senza sapere quando il filo terminerà all’altro capo, al capo opposto da cui è partito. Sa che l’attende il vuoto, ma non ha paura. D’altronde camminare sulla terra ha provocato in lui tante ferite, ferite che lo tagliuzzano fino a spezzargli la vita.
Prima il saltimbanco faceva sul suo filo (per lo spettacolo) un breve tragitto e poi tornava all’ovile iniziale. Aveva provato ad aumentare le distanze di un pochino, mantenendosi però a misure di sicurezza, con occhi aperti che potevano inquadrare la scala che lo aveva fatto salire e l’avrebbe fatto scendere. Ora, invece, non cerca più gli applausi ma la libertà, e viaggia ad occhi chiusi senza più fermarsi affidandosi, affidandosi a uno sguardo eterno che non si distoglie da lui e lo rassicura.
Più va avanti e più in quello sguardo sente di riconoscersi e di confondersi fino a che non farà alcuna differenza tra i due e quell’unisono sarà l’eterno.
Secondo l’occhio dell’uomo la vita non materiale è una vita-a-rovescio, solo così può chiamarsi per lui una vita che inquadra come piena di privazioni; tutt’altro è per l’uomo spirituale: il rovescio è spendere la vita nelle cose che finiscono.
Riconoscersi enigma, mistero, eleva la nostra natura. L’indecifrabile, il non ancora decifrabile pienamente, in noi e in quello sguardo, è la vera attrattiva.
Il vero scopo di questa traversata è la caduta nel vuoto per affondare tra le mani del Pensiero eterno nel pensarsi in noi (così a Lui piace, anche).
Andrea Crostelli

L’accumulo

ti preoccupi per il vestito? e
per l’oro nei
forzieri dove urlerà
la ruggine?

la so quella certa
malattia contagiosa
serpeggiarti nel sangue

guarda i gigli
del campo – Lui dice

e
ti senti come chiuso
all’angolo

Lui: ti fidi?

mai hai visto un sì benigno Cielo
accoglierti

CRITICA ALLA POESIA DI FELICE SERINO: “PARUSIA”

Di Luca Rossi
Settembre 2003

PARUSIA
(nell’ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)
sporgersi sull’oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce

Da La difficile luce, 2005

*
Il tema di ciò che sarà dopo, di ciò che noi saremo dopo, e di come il tutto accadrà, sembra essere uno tra gli aspetti più ricorrenti e forse ossessivi del Poeta.
Serino intraprende ancora una volta, attraverso questi versi, un viaggio al centro della fede in modo del tutto impersonale (o forse a lato, per paura di fare troppo rumore con il suo raccontarsi).
“Perché?”, mi domando.
Probabilmente perché la fede pur legando le masse lascia comunque gli individui vincolati ad una propria identità, quella stessa che non è omologazione, ma che trova il suo spazio in una terra comune “sull’oltretempo”, come dice il Poeta, dove la luce rimane come unico elemento quale comune denominatore che confonde le anime, ma non le riduce ad un unico sistema di contatto.
Ai bordi della luce queste presenze evanescenti si rendono visibili solamente dove comincia il cielo mentre, come corpi, definiti, delimitati da un proprio involucro apparente, l’ultima luce riveste l’individuo di una nuova essenza prima dell’ultimo giorno, dove scaduto sarà il tempo osceno, dove scaduto sarà il tempo vissuto.

Verità

non scritte sull’acqua
le mie parole

pure mi nascondo
come l’inchiostro simpatico
mi paleso a chi mi sa
leggere tra le righe

sarebbe
dare perle ai porci
uno sbandierarmi ai quattro venti
per chi è sordo
alla stregua dei potenti

Scrivi sul vento

non vedi di là del tuo naso
se ridimensioni la trave nell’occhio
dove l’ego veleggia
per terre di conquista

corri sul filo di abissi
di vanagloria

il tuo sogno
cattedrali di nulla

girasoli accesi ed arco-
baleni pare t’invitino
stolto che te depredi
del bello

metti in tavola
pane e rancore

disamore scrivi sul vento

Un omaggio a Filippo Fenara, scomparso in questi giorni.

Carta Carbone: “Spleen” di Felice Serino

by Filippo Fenara, on Luglio 30, 2020

SPLEEN

lei dagli occhi blucielo
inquadrata in un ritaglio del
tuo sogno lucido

ed è un morire dentro
percorrere
l’acciottolato d’un bianco accecante
che conduce al mare

e quel sorriso
a durare nel cuore
perdutamente altrove

ti fa il verso il gabbiano
planato
sulla tua isola di spleen

di Felice Serino dal blog “Allumare Dell’anima

Scrivere di Felice Serino non è una recensione, ma un umile riconoscimento alla carriera da autodidatta di un autore, redazionista e, soprattutto, poeta di altissima levatura, dimostrato dai numerosi riconoscimenti ricevuti e dalle altrettanto numerose pubblicazioni di sillogi che puntellano il suo cammino artistico. Lo seguivo ed apprezzavo da tempo e ammetto che provavo una sorta di imbarazzo nel domandargli di poter scrivere di lui, delle sue poesie che sovente mi hanno ispirato e riempito e poter esprimere un’opinione – ovviamente entusiastica – sul suo sacerdozio nel culto della bellezza senza compromessi di parole che si rincorrono come bambini che giocano al parco. “Spleen” mi ha trafitto i sensi per la sua dolce semplicità e la visionarietà immaginifica fatta da un “acciottolato d’un bianco accecante” e “perdutamente altrove”, per il suo significato di salvezza oltre lo stato d’insoddisfazione, malinconia e sconfitta che la vita, spesso, induce. Più tardi, in mattinata, pubblicherò anche i versi di “Blasfemia” e “Alzheimer” per dimostrare la grandeur di Felice attraverso una gamma di contenuti distanti tra loro ma accomunati dal suo talento narrativo. (Filippo Fenara)