Quattro poesie di Luca Archibugi

Questa notte ho sognato il ricordo.
Umido di sole e ombra
disegnava un infinito trascorrere.
La mattina mi ha stretto la gola
e appassito gli occhi.
Poiché l’estate è lontana
la memoria in una gabbia
di pioggia mi ha sfibrato
la mente. Ora come un forestiero
mi riposo sugli scalini bianchi.
E’ l’attimo in cui la vita
non mi fornisce alcun dettaglio.

*

Lo spazio lasciatomi
si restringe come
un occhio di gatto.
In questa camera stretta
moltiplico la stessa sostanza,
genero epidemie di vuoti.
La morte è un cieco
che ha perduto il bastone,
un vuoto di labbra,
il mancamento.
Nel breve ambito di luce
questo minuto ha la febbre.

*

Questa notte è trascorsa indenne
fino al bianco di un’alba.
Si vendicano i sogni mimando storie di silenzio.
Il viale da noi popolato s’illumina inconsueto,
la vita s’addormanta nei lavoranti
appena svegli.
Questa luce è di un’altra parte del mondo:
proviene dalle ore in cui dormo.
Forse la morte è solo questo falso movimento,
mentre i colori dell’edicola
insinuano che è già oggi.

*

Questa città vuota nel fondo
abita l’interno delle ossa.
Le ore che vi ho passato
non hanno radici, ma continue
effervescenze d’immagini.
La mia realtà si compone
di sempre ignote illusioni,
come il sogno di una notte da sveglio.
L’uomo è un albergo sospeso
di cui abito le camere,
ma non conosco il nome
di chi passa nel corridoio.

Da “Almanacco dello Specchio” – Mondadori Editore
a cura di Marco Forti

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